Sono abituato da tempo a sentirmi dire che non sono più un cittadino, bensì un telespettatore o teleutente. Ma anche semplicemente pubblico (pagante o meno), oppure, ancora peggio, parte di una vasta audience. A dirmelo sono articoli e saggi di varie discipline, discorsi politici, dibattiti televisivi e radiofonici, discussioni tra amici e bloggers. Eppure per anni, durante la mia formazione liceale, gli insegnanti sono stati molto attenti a trasmettermi il massimo dell’educazione civica possibile. I nuovi mezzi di comunicazione di massa, quelli che oggi iniziamo a chiamare tradizionali, cioè cinema, radio, tv e giornali, al tempo non destavano troppe preoccupazioni. Qualche insegnante ci teneva molto che imparassimo a leggere i quotidiani, e così ci costringevano tutte le mattine a portarne alcuni a scuola per leggerli e confrontarli insieme. La scuola ci stava dando le giuste competenze mediali per leggere il mondo anche attraverso quegli strumenti della comunicazione. Si trattava di media a larghissima diffusione e quindi molto distanti dall’attuale problema del digital divide. Costavano tutti pochissimo, spesso erano gratuiti, ed era possibile trovarli ovunque sul territorio. E con il tema di italiano, che sempre più spesso includeva la forma giornalistica, ci hanno anche insegnato ad essere autori per dare il nostro contributo a questi giganti del broadcasting. Alla fine degli anni ’80 potevo dire di essere un cittadino con buone competenze mediali, in grado di accedere, leggere, analizzare, criticare e produrre contenuti. Ma proprio in quegli anni qualcosa iniziò a cambiare. Nell’universo mediatico italiano iniziano a farsi strada i colossi dell’industria mediatica privata. Le regole cambiano. Il mercato incalza. La deontologia sbiadisce. Il monopolio si staglia all’orizzonte. La libertà e la capacità critica vengono minate in tandem. Comincia pian piano a scomparire anche la materia prima da analizzare. Questa involuzione nel giro di pochi anni riesce a permeare tutti i livelli della vita pubblica. Eclatante il caso della politica, senza doverne in questa sede ricordarne le vicende. E così la maniera tradizionale di considerarsi all’interno del paesaggio mediatico e pubblico viene completamente stravolta. E tutto a poco a poco si trasforma in un grande spot pubblicitario. Con tutte le sue caratteristiche positive e negative. Velocità, efficacia, persuasione, costi, benefici, obiettivi, scambi, affari. Improvvisamente la definizione di cittadino passa in secondo piano, e si fanno strada nuove identità più spendibili, come quella del consumatore, o come dicevo prima, del teleutente. Solo che stavolta per considerarsi pienamente tali non c’è più bisogno di possedere alcuna capacità mediale. E’ il grande mondo della comunicazione rinnovato che ti colloca nell’esatto posto che meriti, guardandoti nel portafogli, dandoti in mano un telecomando con cui sfogliare il catalogo delle offerte e chiedendoti di non pensare, ma di rilassarti, divertirti ed eventualmente interagire col gioco, perché è col quiz che si fanno i milioni. Sono trascorsi più di vent’anni dall’inizio di questo processo. E con tutta serenità possiamo dire di averne assaporato anche la sua maturità, nel senso che quel che all’inizio poteva essere scambiata per una grande opportunità di sperimentazione oggi con assoluta certezza sappiamo che si tratta di una scienza esatta volta all’annientamento delle capacità mediali del cittadino. Ma proprio in questi ultimi anni qualcosa sta di nuovo cambiando. Ricordiamoci, intanto, che nel frattempo nel resto dei Paesi occidentali moderni in questi vent’anni le cose sono andate in tutt’altro modo: nessuno di loro deve oggi fare i conti con un analfabetismo dilagante e tantomeno trascorrono interi anni con tutti i media che parlano solo delle attività sessuali del loro premier, nonché proprietario e controllore del 90% delle tv del paese. Ma, dicevo, qualcosa sta cambiando nuovamente nel mondo dei media: in modo dirompente dalla fine degli anni ’90 si è affacciata sulla scena la rete delle reti. Dopo un caotico boom iniziale in cui l’imprenditoria aveva subito immaginato una nuova età dell’oro, a bolla sgonfiata, internet inizia a svilupparsi come strumento completo e complesso del comunicare. E oggi, a passi lenti, ha già coinvolto milioni di utenti quotidiani. La maggior parte della produzione mediale ormai non può non tener conto di questo strumento. Nuovi lavori, inedite schiavitù, ingenui tentativi di start up, ingegnose intuizioni miliardarie, piccoli capolavori del micro e del macro cosmo mediatico si accavallano giorno dopo giorno in questo ambiente che è ormai l’unico vero luogo dove possiamo immaginarci un riscatto o per i più temerari una resa dei conti. Ma stavolta lo strumento non è solo broadcast, non basta un click, non ci sono telecomandi, e senza capacità critiche e analitiche si va davvero poco lontano. La rete delle reti richiede competenze necessarie. Bisogna innanzitutto avere un computer e una connessione. Considerando che l’anno scorso in un grande negozio di informatica ho sentito un cliente, che stava acquistando un computer, dire al commesso: “questo modello da 700 euro va anche su Facebook?”, direi che anche solo questa impresa non sarà delle più semplici. Una volta in rete bisognerà essere in grado di cercare quel che si desidera e saper selezionare tra una mole di informazioni enorme. Una volta giunti nell’ambito del contenuto richiesto bisogna anche essere in grado di leggerlo e di interpretarlo. E se, infine, non si è in grado di produrre testi e contributi online, possiamo dire che questo nuovo e inabile utente crede ancora di essere davanti alla tv. E stavolta una tv anche un po’ noiosa.
Le competenze mediali degli italiani ormai sono davvero sotto la media europea. E finché non abbatteremo questo analfabetismo e questo ritardo dubito che all’orizzonte rivedremo presto l’identità cittadino.
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